La lezione tecnica della piena del Posada del novembre 2013 si può enunciare in una riga: una diga a gravità massiccia in calcestruzzo ben dimensionata su fondazione granitica adeguatamente trattata, investita da una piena nel corso della quale il livello massimo nel bacino non raggiunge la quota di massimo invaso, non crolla, né riporta danni di qualche rilievo.
A onor del vero, questa è una lezione ben conosciuta, che si apprende al quarto anno di Ingegneria, se si segue il corso di Costruzioni Idrauliche. Ma analizzando i fatti e le conseguenze, qualche lezione dall’accaduto un po’ meno scontata si può comunque apprendere.
Il 18 novembre 2013, sul bacino del Posada, si è abbattuto uno degli eventi meteorologici più violenti registrati in Sardegna negli ultimi decenni. La diga ha fronteggiato una piena con tempo di ritorno stimato intorno ai 750 anni – un “evento estremo” di “scarsa probabilità” ai sensi del D. Lgs. n. 49/2010 – e ne è uscita indenne. I sistemi di monitoraggio non hanno evidenziato anomalie nelle filtrazioni, nelle pressioni in fondazione o nelle deformazioni strutturali. Gli organi di scarico hanno funzionato regolarmente. La diga ha laminato la piena, riducendo il colmo da circa 3.900 a circa 3.400 m³/s.
Eppure questo evento – anche se non si è tradotto in un vero incidente per la diga – ci dice qualcosa di altrettanto interessante rispetto a molti disastri conclamati. Ci dice che la diga di Maccheronis, concepita negli anni ’50 come opera di ritenuta a regolazione meno che annuale per fini irrigui, se non ha raggiunto i propri limiti strutturali, ha raggiunto (e anzi superato) i propri limiti funzionali: non è in grado di proteggere adeguatamente il territorio servito dai massimi eventi di piena (e neanche dalle annate siccitose, come si è dimostrato nel 2024). E quel che è peggio, questo grido di dolore del sistema idraulico del Posada è stato recepito al contrario, sia dalla magistratura inquirente che, in qualche misura, dall’Amministrazione regionale, come vedremo.
Diga di Maccheronis nella sua conformazione originaria, prima dei lavori per l’ampliamento del serbatoio
Il fiume Posada è situato nella parte nord-orientale della Sardegna. La parte montana del bacino idrografico, sottesa dalla diga di Maccheronis, ha un’estensione di circa 605 km² ed è costituita dall’unione di due sottobacini: quello del fiume Posada e quello del rio Mannu di Bitti. La conformazione prevalentemente montana determina una risposta idrologica rapida in presenza di precipitazioni intense: ridotta permeabilità, pendenze significative, rete idrografica incisa, tempo di formazione del deflusso superficiale dell’ordine dei 10-15 minuti, tempo di corrivazione di circa 9,5 ore, quindi durata della pioggia critica inferiore alle 10 ore (il che significa che nell’ipotesi teorica di pioggia costante nel tempo e nello spazio, il picco della piena, con l’intero bacino che contribuisce, impiega meno di 10 ore a raggiungere la sezione di Maccheronis). Il tratto terminale attraversa invece una pianura alluvionale costiera, storicamente sede di insediamenti agricoli e urbani.
Il comprensorio servito comprende i comuni di Torpè, Posada, Budoni, San Teodoro, Siniscola, con un totale di 5.700 ettari irrigabili. La diga copre anche il servizio potabile nei comuni del comprensorio. Siamo non molto lontani dalla Costa Smeralda, negli ultimi decenni in questa zona si è sviluppata una fiorente industria turistica, con una popolazione estiva che supera i 500.000 residenti, tutti serviti da Maccheronis.
La diga di Maccheronis fu costruita tra il 1956 e il 1960, nell’ambito dei programmi di sviluppo della Cassa per il Mezzogiorno. È una diga a gravità in calcestruzzo di 46 metri d’altezza sulla fondazione, impostata su un ammasso roccioso granitico. Nella sua configurazione originaria l’invaso aveva una capacità di 27,80 Mm³, di cui 25 utili; con i lavori di ampliamento in corso di completamento, la capacità salirà a 32,30 Mm³ (4,5 Mm³ in più).
I 14 conci centrali erano originariamente sfioranti, con soglia libera a quota 43,00 m s.l.m. e capacità di scarico di 2.640 m³/s alla quota di massimo invaso (46,50 m s.l.m.). Il progetto di ampliamento del serbatoio prevedeva inizialmente di tamponare questi conci, trasferendo la capacità di scarico a una nuova traversa sfiorante in sinistra con tre paratoie a settore, capace di evacuare 3.356 m³/s al massimo invaso.
Nelle prime fasi dei lavori di ampliamento, in previsione del tamponamento dei conci sfioranti, si provvide alla demolizione della passerella superiore dello sfioratore e delle pile su cui questa poggiava, e alla demolizione parziale della soglia di sfioro, col che la sommità dei conci sfioranti assunse un profilo scalettato con soglia a quota 42,30 m s.l.m. (70 cm sotto la quota della soglia di sfioro originaria di 43,00 m s.l.m.). La lunghezza complessiva della soglia, a seguito della demolizione delle pile che sostenevano la passerella di coronamento, risultò di 212 m complessivi. Questa sorta di sfioratore provvisorio a quota 42,30 m s.l.m. esteso anche alla larghezza delle pile, era capace di scaricare 3.314 m³/s alla quota di massimo invaso. Fu questo sfioratore che fronteggiò la piena del 2013.
A seguito della rivalutazione idrologica post-evento, la portata di progetto è stata aggiornata a 4.653 m³/s e l’ipotesi di tamponare i conci sfioranti della diga originaria è stata abbandonata: i conci resteranno sfioranti, ma con soglia innalzata a quota 44,80 m s.l.m.
In tal modo, lo sfioratore residuo sulla diga principale, capace di scaricare 936 m³/s alla quota di massimo invaso, si aggiungerà al nuovo scaricatore di superficie in sinistra (3.356 m³/s), allo scarico di alleggerimento già esistente (300 m³/s) e allo scarico di fondo (65 m³/s). In tutto 4.657 m³/s, quanto la portata di progetto aggiornata.
È importante chiarire fin da subito – perché su questo punto si sono costruiti gli equivoci più gravi, sia tecnici che giudiziari – che la diga di Maccheronis fu progettata con esclusiva funzione di accumulo: trattenere parte delle portate invernali per renderle disponibili nella stagione irrigua. Non fu mai progettata, né dimensionata, né destinata alla laminazione delle piene.
Al momento dell’arrivo della piena i lavori di ampliamento erano fermi: l’impresa esecutrice aveva abbandonato il cantiere due mesi prima. La situazione era quella di un cantiere a metà strada: la nuova traversa sfiorante (davanti alla quale era ancora presente l’avandiga provvisoria in materiali sciolti con sommità a quota 44,00 m s.l.m. realizzata a protezione dei lavori di costruzione) era stata elevata (fatta eccezione per l’impalcato superiore); le tre paratoie a settore erano state poste in opera, ma i sistemi di comando e controllo non erano ancora operativi; il muro di chiusura in sinistra della traversa non era stato ultimato, lasciando un varco. La diga operava dunque con uno sfioratore provvisorio “scapitozzato” a quota 42,30 m s.l.m., di lunghezza complessiva pari a 212 m, cui si aggiungeva lo scarico superficiale di alleggerimento, lo scarico di fondo e il varco in sinistra della traversa di scarico, dal quale si stima che durante la piena sia uscita una portata massima di circa 400 m³/s.
Questa slide illustra, in sintesi, lo stato del cantiere al momento della piena.
Ciclone Cleopatra visto dal satellite il 19 novembre 2013
Tra il 17 e il 19 novembre 2013, la Sardegna fu investita dal “ciclone Cleopatra”: una profonda depressione nel Mediterraneo occidentale che determinò la convergenza verso l’Isola di masse d’aria molto umide provenienti dal Nord Africa, arricchitesi ulteriormente di umidità sul Mediterraneo.
I sistemi nuvolosi e le isoiete delle piogge giornaliere del 18 novembre 2013
Raggiunta la Sardegna, queste masse d’aria interagirono con l’orografia della Sardegna orientale, favorendo la formazione di sistemi convettivi di grande estensione che stazionarono per ore sulle stesse aree, producendo precipitazioni di intensità e durata eccezionali.
I valori più significativi registrati: Monte Novo (Orgosolo) 469 mm di pioggia giornaliera, con un picco di 99 mm in un’ora; Bau Mandara (Villagrande Strisaili) circa 370 mm; Cumbidanovu (Orgosolo) oltre 330 mm. Nel bacino del Posada: Mamone (Onanì) circa 294 mm, Lula 259 mm. L’88% della precipitazione cadde nelle 12 ore tra le 5:00 e le 17:00 del 18 novembre.
Nel bacino del Posada, la combinazione tra precipitazioni concentrate e morfologia montana produsse una risposta idrologica molto rapida: il livello del serbatoio, attestato a circa quota 37 m s.l.m. nella mattinata del 18 novembre (circa 13 Mm³ invasati su 25 allora invasabili), salì velocemente nel corso del pomeriggio.
Si vede qui in particolare il varco a sinistra della nuova
traversa di scarico, dovuto al mancato
completamento del muro di chiusura sinistro, e
l’avandiga di protezione a monte della traversa
che, per effetto del passaggio dell’acqua
attraverso il varco, fu tracimata ed erosa nella
porzione a valle del coronamento in calcestruzzo
L’evoluzione dell’evento alla diga può essere ricostruita con buona precisione in termini di quote raggiunte nel serbatoio sulla base delle registrazioni dei livelli, e in termini di portate entranti con un procedimento di delaminazione, noti che siano i livelli registrati, le scale di deflusso degli scarichi (e del varco in sinistra della traversa), applicando l’equazione di continuità al bacino d’invaso:
La portata massima affluente al serbatoio risulta circa 3.900 m³/s (tempo di ritorno stimato: circa 750 anni con l’idrologia dell’epoca; circa 500 anni con l’idrologia aggiornata post-evento). La portata massima scaricata a valle è circa 3.400 m³/s. La diga ha quindi operato una riduzione del picco della piena di circa 500 m³/s.
Sulla laminazione vale la pena di fare qualche osservazione, perché è su questo che ci sono stati i maggiori fraintendimenti, da parte della magistratura e non solo.
La presenza della diga ha tagliato il picco della piena di 500 m³/s. Questo fa di Maccheronis uno degli “invasi che potrebbero essere effettivamente utili alla laminazione delle piene” ai sensi della Direttiva PCM 27 febbraio 2004, per i quali le Regioni sono chiamate a predisporre piani di laminazione preventivi? La risposta è no.
Il punto è che in questa circostanza la diga ha laminato ben poco, perché dopo i primi 10-15 Mm³ arrivati da monte l’invaso era pieno. Quel che ha laminato i 100 milioni di metri cubi arrivati dopo, è stato lo spandimento della portata in arrivo sulla superficie del lago pieno: un effetto fisico che si produce comunque, a partire dal momento in cui il serbatoio è colmo. Il volume della piena è stato stimato in circa 120 Mm³: quattro volte l’intera capacità del serbatoio. Se anche, nell’ambito di un ipotetico piano di laminazione preventivo, si fosse completamente svuotato il serbatoio prima della piena, la diga avrebbe potuto trattenere solo il primo 25% del volume totale della piena, e la riduzione del picco sarebbe stata pressoché la stessa. Questo non è un fallimento della diga: è la conseguenza del fatto che il bacino del Posada è dotato di un’opera di ritenuta inadeguata a fronteggiare da sola eventi di questa scala.
Le tesi dei consulenti della Procura – “la diga poteva laminare meglio? è colpa di qualcuno se la diga non ha laminato meglio?” – risultano pertanto del tutto arbitrarie. Le simulazioni comparative mostrano differenze tra i diversi scenari ipotizzabili nell’ordine di 100–200 m³/s: variazioni del tutto ininfluenti rispetto alla capacità idraulica degli argini, che era il fattore determinante per i danni a valle.
Va ricordato che le simulazioni sopra citate, concordanti nella sostanza con altre che furono presentate dall’Università di Cagliari, dal Consorzio di Bonifica e dai consulenti di parte, si devono al Gruppo di lavoro istituito dalla Direzione Dighe, che svolse nell’occasione un lavoro multidisciplinare estremamente prezioso, buttando sul piatto non solo le grandi competenze specialistiche dei diversi Uffici, ma anche il patrimonio documentale e di archivio che solo la Direzione possiede.
Sugli aspetti riguardanti il comportamento della diga, le conclusioni del Gruppo di lavoro furono molto nette:
Con queste premesse, la conclusione del Gruppo di lavoro fu la seguente: “L’esame dell’intera documentazione in atti presso la Direzione, i sopralluoghi, gli accertamenti effettuati e i dati di monitoraggio disponibili aggiornati a febbraio 2016 consentono di affermare che la diga di Maccheronis, ancorché al momento sia un’opera incompiuta, è in esercizio ed ha un comportamento regolare, conforme alle ipotesi poste a base del progetto originario del 1954. Non si riscontrano, dall’esame eseguito, indizi o fattori che possano mettere in dubbio la sicurezza dell’importante struttura”.
Il ciclone Cleopatra colpì in totale oltre 60 comuni della Sardegna, causando 19 vittime, oltre 2.000 evacuati, danni al 25% del sistema produttivo isolano e la compromissione di infrastrutture su vasta scala.
A valle della diga di Maccheronis, la portata defluita nel tratto terminale del Posada superò la capacità degli argini, che cedettero. Le acque esondate attraverso l’argine destro inondarono parte del centro abitato di Torpè, causando danni ingenti e la morte di un’anziana residente.
Come frequentemente accade in presenza di eventi naturali che producono vittime, le conseguenze del ciclone diedero avvio a una vasta indagine giudiziaria. Per le conseguenze dell’alluvione furono indagate e poi rinviate a giudizio con l’accusa di omicidio e disastro colposo tutte le persone (in servizio o in quiescenza) che avevano avuto, a qualunque titolo, un ruolo tecnico o amministrativo connesso alla diga: funzionari del Consorzio gestore, Direttore dei lavori, Responsabile del procedimento, funzionari regionali (del Genio Civile e dell’Ente foreste), funzionari della Direzione Generale Dighe, la Commissione di collaudo e perfino l’Assistente governativo.
Nel corso delle indagini, i consulenti tecnici della Procura avanzarono una serie di ipotesi che, per quanto tecnicamente infondate, sono in qualche modo istruttive per chi si occupi di sicurezza delle dighe:
Il procedimento si è protratto per dodici anni. Al termine del dibattimento, con sentenza del Tribunale di Nuoro del 30 settembre 2025, tutti gli imputati che avevano rinunciato alla prescrizione sono stati assolti con la formula “perché il fatto non sussiste”. In due casi il procedimento si è concluso per intervenuta prescrizione.
Questa vicenda solleva una riflessione che va oltre il caso specifico. Un sistema nel quale la pressione mediatica e politica successiva a un evento catastrofico si traduce quasi automaticamente in azione penale – indipendentemente dalla plausibilità tecnica delle ipotesi accusatorie – produce un effetto dissuasivo sulla disponibilità di professionisti competenti ad assumere responsabilità tecniche nel settore pubblico. Rilevare questo fatto non è lamentarsi: è una lezione di sistema.
Lo abbiamo già detto: la lezione della piena del 18 novembre 2013 da alcuni è stata capita a rovescio. Tanto la magistratura inquirente quanto l’Amministrazione regionale hanno visto che la diga ha laminato in parte la piena, riducendo il picco da 3.900 a 3.400 m³/s, e si sono chieste: “la diga avrebbe potuto (o potrebbe) fare di più?”
Sì, ha concluso la Procura, se non fosse stato per la sconsideratezza degli imputati.
Sì, ha concluso l’Amministrazione regionale. Basta predisporre un piano di laminazione statico, buttare in mare l’acqua fino a tutto il mese di marzo e ci saremo garantiti qualche ora di tempo in più per gli allertamenti in occasione di eventi di piena meno che ventennali, in termini di tempi di ritorno. Tanto poi pioverà durante la stagione irrigua. Se poi, in qualche anno, non pioverà, pazienza: vorrà dire che 5.700 ettari di comprensorio irriguo e 500.000 residenti estivi saranno serviti con le autobotti, come è avvenuto nel 2024. In realtà, non è che in quell’anno si sia buttata acqua in mare. Semplicemente, è stato un anno non piovoso. Ma, appunto, un anno non piovoso che ha messo in luce ancora una volta la fragilità del sistema: con una diga che consente meno che una regolazione annuale, basta un anno con poca pioggia e si finisce per servire le utenze con le autobotti. In una situazione come questa, passare l’inverno a buttare acqua in mare non sembra una buona scelta.
Quindi, al di là delle conclusioni un po’ paradossali della Procura e della Regione, alla domanda “la diga avrebbe potuto e potrebbe fare di più?” la risposta corretta è: “sì, ma non da sola”. E alla domanda “è colpa di qualcuno se nel 2013 la diga non ha laminato meglio?” la risposta è: “probabilmente sì”, perché se otto anni prima, nel 2005, la Regione non avesse inopinatamente receduto dal progetto della diga di Abba Luchente, a monte di Maccheronis, capiente due volte e mezzo di più, col progetto definitivo già presentato e col finanziamento per la costruzione già disponibile, le cose, probabilmente, sarebbero andate e andrebbero molto meglio.
E benché le ragioni del recesso della Regione siano state di natura ecologica, la diga di Abba Luchente avrebbe una forte valenza ecologica:
Tirando le somme, quali sono le lezioni che possono ricavarsi da tutto questo racconto?
Lezione n. 1 – La presenza di una diga è sempre benefica ai fini dell’attenuazione di una piena, anche quando il serbatoio è pieno.
Questa, più che una lezione, è un ripasso. Sappiamo tutti che anche con il serbatoio pieno lo spandimento idraulico sulla superficie del lago produce un effetto di laminazione reale. E’ un principio che vale per tutte le dighe.
Lezione n. 2 – Non tutte le dighe sono invasi effettivamente utili alla laminazione delle piene ai sensi della Direttiva PCM 27 febbraio 2004.
L’invaso di Maccheronis, la cui capacità è due volte e mezzo inferiore al volume di un evento cinquantennale, non risponde a questo requisito. Il piano di svaso invernale per Maccheronis comporta un danno certo alle utenze idriche senza offrire alcuna protezione apprezzabile dagli eventi di qualche importanza. La diga di Abba Luchente, per dimensioni e posizione, potrebbe invece svolgere quella funzione.
Lezione n. 3 – Per capire il linguaggio delle dighe bisogna aver studiato.
La vicenda giudiziaria di Maccheronis ha dimostrato che un’analisi tecnica condotta senza la necessaria competenza specialistica non solo non porta a risultati utili, ma può produrre danni seri: alle persone coinvolte, alla reputazione delle istituzioni tecniche, e in ultima analisi alla disponibilità dei tecnici delle amministrazioni pubbliche ad assumere responsabilità nel settore. Leggere correttamente il comportamento di una diga durante un evento estremo richiede conoscenze di idrologia, idraulica, geologia, geotecnica e ingegneria strutturale che non si improvvisano.
Lezione n. 4 – Le dighe che ancora mancano vanno fatte.
In attesa di una seconda diga che venga in aiuto a quella di Maccheronis, il comprensorio del Posada rimane esposto alle siccità e alle piene, con un sistema idrico invariato rispetto al 1960. Ma dal 1960 è cambiato il mondo, e anche il clima. La costruzione di dighe necessarie non può essere ostaggio di un ambientalismo ideologico che vede in ogni invaso artificiale una ferita letale per l’ambiente, ignorando i benefici certi che queste opere portano a popolazioni intere e l’impatto ambientale ben più devastante che siccità e alluvioni producono sugli stessi ecosistemi che si vorrebbe proteggere.
Riguardo al dibattito dighe sì/dighe no che da tempo imperversa in tutto il mondo, e non solo in Sardegna (anche se su dighe ben diversamente impattanti rispetto alle nostre), riporto in chiusura l’autorevole opinione di Nelson Mandela:
“The problem, though, is not the dams. It is the hunger. It is the thirst. It is the darkness of a township. It is townships and rural huts without running water, lights or sanitation. It is the time wasted in gathering water by hand. There is a real pressing need for power in every sense of the word”.
Bisognerebbe ricordare che è solo grazie alle dighe che in Sardegna non sperimentiamo più tutto questo.